La Guluppa o Gluppa Marchigiana
Nella parlata senigalliese e, per tutta la stecca del Nevola, gluppa. L’antifona è chiara e sonora.
La guluppa è un contenitore polifunzionale, cioè modellabile alla forma del contenuto,
(ne prendano nota gli addetti ai progetti), è di stoffa robusta; un sorta di fazzolettone, di colori diversi. Con linee sottili rosse o bianche, ma anche biancorosse per spezzare il monocolore e illeggiadrire, con il disegno a scacchi, il gran quadrato.
Era, ed è, o potrebbe essere, il fazzoletto della spesa, riciclabile che con un’ energica lavata alla fonte di tutti e passato indenne da madre in figlia.
Parte del patrimonio, da custodire nella cassa di legno dei tessuti, e, spiegato, alla bisogna per gli usi più svariati.
La guluppa classica, rintracciata nelle pagine della letteratura popolare, era quella che conteneva le povere cose che l’ affettuoso innamorato portava alla promessa in prossimità delle feste ricordatevoli, specie a Natale.
Il fazzolettone, di rigatino pesante, in cotone o misto lino o canapa, spesso tessuto in casa ma anche comprato alla Fiera di Senigallia, riempito con quello che “ammanniva” la “vergara”, con qualche preziosità aggiunta furtivamente dallo spasimante.
Presi i quattro angoli, che venivano intrecciati al centro e legati a nodo, il fazzoletto diventava contenitore, ad assetto variabile, in obbedienza a quello che c’era dentro.
Cosa c’era dentro “La Guluppa o Gluppa Marchigiana” d’amore”?
Ritornando al “packaging” pardon al fazzoletto, è bene rendere giustizia al contadino, laborioso e paziente, secondo una stereotipata cartolina, che piantava e curava lino e canapa, (la donna era attenta al telaio), tanto da realizzare l’autonomia della impresa familiare, specie dopo il cataclisma napoleonico che aveva portato miseria e malattie.
Ma la fame era una costante anche dopo la “restaurazione” se è vero che si è mangiato pane di ghiande fino ai primi anni del ‘900. C’erano almeno tre tipi di fazzoletto, importanti dettagli dell’abbigliamento e non solo: fazzoletto da testa, da spalla, da spesa.
Il colore, riquadrato, era d’obbligo perché “…il rosso col turchino fa la figura del contadino…”, quasi un’uniforme, perché la gente di campagna doveva essere riconosciuta a vista.
Ma guarda un po’! Modificazioni della guluppa. I pastori e i frati da cerca avevano il modello a due
posti, detto a bisaccia. Bis, a due sacche. Portato ad armacollo tanto da avere libere le mani, per recitare il rosario o per reggersi ad un bastone o menare sul groppone lanoso degli ovini riottosi e indisciplinati.
Per la guluppa e la bisaccia, il packaging è una … parolaccia.
Ma solo per loro!
Testo di Terenzio Montes
